Rampini inizia il proprio saggio "La speranza indiana" citando la descrizione del Paese, e della sua gioventù, fatta da Pier Paolo Pasolini nel libro da lui scritto nel 1961 "L'odore dell'India": ".............appena uscita, attraverso una coscienza culturale moderna, dall'inferno, sa che dovrà restare all'inferno. L'orizzonte di una sia pur vaga rinascita non si delinea in questa generazione, e neanche nella prossima, e chissà in quale delle future. L'assenza di ogni attendibile speranza fa sì che i borghesi indiani si chiudano in quel po' di certo che possiedono: la famiglia. Vi si chiudono per non vedere e per non essere visti. Hanno un nobilissimo senso civico e i loro ideali, Gandhi e Nehru, sono lì a testimoniarlo; possiedono una qualità assolutamente rara nel mondo moderno: la tolleranza. Ciò nonostante l'impossibilità ad agire li costringe ad uno stato di rinuncia che rimpicciolisce il loro orizzonte mentale: ma tale angustia è indefinitamente più commovente che irritante".
Tale descrizione, pur evidenziando alcuni tratti caratterizzanti la società indiana quali il valore dato alla famiglia, il senso civico, la tolleranza verso le altre culture, i loro grandi ideali, dà un giudizio pessimistico sulla capacità di un possibile riscatto dell'India.
Rampini ci descrive, invece, la rinascita del Paese realizzata in un periodo storicamente breve: una Nazione che negli ultimi trent'anni è riuscita, ogni anno, a sottrarre alla povertà l'1% della propria popolazione, ossia 200 milioni di indiani, dal 1980 ad oggi, non soffrono più la fame. Un Paese dove il 70% della propria popolazione ha un'età inferiore ai 35 anni, un Paese dove le aziende, spesso multinazionali che primeggiano a livello mondiale nei campi dell'alta tecnologia, sono dirette sovente da una classe manageriale giovane. Ad esempio l'età media dei sessanta seimila dipendenti, dell'Infosys, gigante informatico mondiale, è di 27 anni. Un Paese che, non solo è riuscito a riconquistare la fiducia dei propri giovani emigrati nei vari Stati del mondo, è stato anche in grado di creare le condizioni affinché, ad esempio, la City Bank, primaria banca mondiale, trasferisse negli ultimi anni venti duemila posti di lavoro: licenziando in America ed assumendo in India. Merito da attribuire ad una molteplicità di fattori. Tra questi anche il colonialismo poiché l'India è l'unico Paese che ha saputo trarre profitto da questo evento storico, conservandone le positività: il concetto dello Stato di diritto, l'individualismo libertario, la diffusione della lingua inglese: con trecento cinquanta milioni di abitanti che parlano un inglese fluente, l'India ha una manodopera anglofona più grande dell'intera popolazione di Stati Uniti e Canada messi insieme. Ma il merito principale è da attribuire all'alto livello raggiunto dalle selettive Università indiane.
Rampini ci descrive, invece, la rinascita del Paese realizzata in un periodo storicamente breve: una Nazione che negli ultimi trent'anni è riuscita, ogni anno, a sottrarre alla povertà l'1% della propria popolazione, ossia 200 milioni di indiani, dal 1980 ad oggi, non soffrono più la fame. Un Paese dove il 70% della propria popolazione ha un'età inferiore ai 35 anni, un Paese dove le aziende, spesso multinazionali che primeggiano a livello mondiale nei campi dell'alta tecnologia, sono dirette sovente da una classe manageriale giovane. Ad esempio l'età media dei sessanta seimila dipendenti, dell'Infosys, gigante informatico mondiale, è di 27 anni. Un Paese che, non solo è riuscito a riconquistare la fiducia dei propri giovani emigrati nei vari Stati del mondo, è stato anche in grado di creare le condizioni affinché, ad esempio, la City Bank, primaria banca mondiale, trasferisse negli ultimi anni venti duemila posti di lavoro: licenziando in America ed assumendo in India. Merito da attribuire ad una molteplicità di fattori. Tra questi anche il colonialismo poiché l'India è l'unico Paese che ha saputo trarre profitto da questo evento storico, conservandone le positività: il concetto dello Stato di diritto, l'individualismo libertario, la diffusione della lingua inglese: con trecento cinquanta milioni di abitanti che parlano un inglese fluente, l'India ha una manodopera anglofona più grande dell'intera popolazione di Stati Uniti e Canada messi insieme. Ma il merito principale è da attribuire all'alto livello raggiunto dalle selettive Università indiane.
Ma l'India laica e tollerante, democratica e pluralista, saggia e cosmopolita che ha da sempre attirato l'attenzione dei grandi viaggiatori e commercianti europei, dei grandi pensatori occidentali quali Schopenhauer, Hermann Hesse (Siddharta 1922), Gozzano, Moravia, Pasolini, i Beatles e tutta una generazione di giovani beat non è solo positività. Anzi, è una terra di grandi contrasti: sviluppo e grande povertà; convivenza fra molte etnie e religioni e scoppi di rivolte con compimento di estreme atrocità; realizzazione di uno Stato di diritto democratico e società ancora basata sulle caste; milioni di persone che vivono per strada e massima cura nella conservazione di monumenti storici unici al mondo e massimo rispetto di ogni forma di vita animale.
Questo e molto di più è l'India raccontata da Rampini. Per questi motivi LA SPERANZA INDIANA è un libro da leggere.
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