Sono tre miliardi e mezzo. Sono più giovani di noi, lavorano più di noi, studiano più di noi. Hanno schiere di premi Nobel. Guadagnano stipendi con uno zero in meno dei nostri. Hanno arsenali nucleari ed eserciti di poveri. È "Cindia": Cina e India, il dragone e l'elefante. Cindia non indica solo l'aggregato delle due nazioni più popolose del pianeta: è il nuovo centro del mondo, dove si decide il futuro dell'umanità. Più di metà della popolazione mondiale è concentrata in quest'area, ed è la metà che cresce. Cresce sia demograficamente che economicamente. Oggi vi è però fra Cina e India una differenza radicale che ne fa due modelli alternativi. L'india è la più vasta democrazia esistente al mondo, un esempio di pluralismo e di tolleranza unico per quelle dimensioni. La Cina è il più imponente modello di Stato autoritario, funzionale e modernizzatore. Federico Rampini racconta questo enorme impero nascente e cerca di rispondere a una delle domande chiave del nostro futuro: vincerà la ricetta cinese, quella indiana, o un misto fra le due? E con quali conseguenze per il resto del mondo?
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mercoledì 19 gennaio 2011
sabato 3 maggio 2008
LA SPERANZA INDIANA - di RAMPINI Federico
Rampini inizia il proprio saggio "La speranza indiana" citando la descrizione del Paese, e della sua gioventù, fatta da Pier Paolo Pasolini nel libro da lui scritto nel 1961 "L'odore dell'India": ".............appena uscita, attraverso una coscienza culturale moderna, dall'inferno, sa che dovrà restare all'inferno. L'orizzonte di una sia pur vaga rinascita non si delinea in questa generazione, e neanche nella prossima, e chissà in quale delle future. L'assenza di ogni attendibile speranza fa sì che i borghesi indiani si chiudano in quel po' di certo che possiedono: la famiglia. Vi si chiudono per non vedere e per non essere visti. Hanno un nobilissimo senso civico e i loro ideali, Gandhi e Nehru, sono lì a testimoniarlo; possiedono una qualità assolutamente rara nel mondo moderno: la tolleranza. Ciò nonostante l'impossibilità ad agire li costringe ad uno stato di rinuncia che rimpicciolisce il loro orizzonte mentale: ma tale angustia è indefinitamente più commovente che irritante".
Tale descrizione, pur evidenziando alcuni tratti caratterizzanti la società indiana quali il valore dato alla famiglia, il senso civico, la tolleranza verso le altre culture, i loro grandi ideali, dà un giudizio pessimistico sulla capacità di un possibile riscatto dell'India.
Rampini ci descrive, invece, la rinascita del Paese realizzata in un periodo storicamente breve: una Nazione che negli ultimi trent'anni è riuscita, ogni anno, a sottrarre alla povertà l'1% della propria popolazione, ossia 200 milioni di indiani, dal 1980 ad oggi, non soffrono più la fame. Un Paese dove il 70% della propria popolazione ha un'età inferiore ai 35 anni, un Paese dove le aziende, spesso multinazionali che primeggiano a livello mondiale nei campi dell'alta tecnologia, sono dirette sovente da una classe manageriale giovane. Ad esempio l'età media dei sessanta seimila dipendenti, dell'Infosys, gigante informatico mondiale, è di 27 anni. Un Paese che, non solo è riuscito a riconquistare la fiducia dei propri giovani emigrati nei vari Stati del mondo, è stato anche in grado di creare le condizioni affinché, ad esempio, la City Bank, primaria banca mondiale, trasferisse negli ultimi anni venti duemila posti di lavoro: licenziando in America ed assumendo in India. Merito da attribuire ad una molteplicità di fattori. Tra questi anche il colonialismo poiché l'India è l'unico Paese che ha saputo trarre profitto da questo evento storico, conservandone le positività: il concetto dello Stato di diritto, l'individualismo libertario, la diffusione della lingua inglese: con trecento cinquanta milioni di abitanti che parlano un inglese fluente, l'India ha una manodopera anglofona più grande dell'intera popolazione di Stati Uniti e Canada messi insieme. Ma il merito principale è da attribuire all'alto livello raggiunto dalle selettive Università indiane.
Rampini ci descrive, invece, la rinascita del Paese realizzata in un periodo storicamente breve: una Nazione che negli ultimi trent'anni è riuscita, ogni anno, a sottrarre alla povertà l'1% della propria popolazione, ossia 200 milioni di indiani, dal 1980 ad oggi, non soffrono più la fame. Un Paese dove il 70% della propria popolazione ha un'età inferiore ai 35 anni, un Paese dove le aziende, spesso multinazionali che primeggiano a livello mondiale nei campi dell'alta tecnologia, sono dirette sovente da una classe manageriale giovane. Ad esempio l'età media dei sessanta seimila dipendenti, dell'Infosys, gigante informatico mondiale, è di 27 anni. Un Paese che, non solo è riuscito a riconquistare la fiducia dei propri giovani emigrati nei vari Stati del mondo, è stato anche in grado di creare le condizioni affinché, ad esempio, la City Bank, primaria banca mondiale, trasferisse negli ultimi anni venti duemila posti di lavoro: licenziando in America ed assumendo in India. Merito da attribuire ad una molteplicità di fattori. Tra questi anche il colonialismo poiché l'India è l'unico Paese che ha saputo trarre profitto da questo evento storico, conservandone le positività: il concetto dello Stato di diritto, l'individualismo libertario, la diffusione della lingua inglese: con trecento cinquanta milioni di abitanti che parlano un inglese fluente, l'India ha una manodopera anglofona più grande dell'intera popolazione di Stati Uniti e Canada messi insieme. Ma il merito principale è da attribuire all'alto livello raggiunto dalle selettive Università indiane.
Ma l'India laica e tollerante, democratica e pluralista, saggia e cosmopolita che ha da sempre attirato l'attenzione dei grandi viaggiatori e commercianti europei, dei grandi pensatori occidentali quali Schopenhauer, Hermann Hesse (Siddharta 1922), Gozzano, Moravia, Pasolini, i Beatles e tutta una generazione di giovani beat non è solo positività. Anzi, è una terra di grandi contrasti: sviluppo e grande povertà; convivenza fra molte etnie e religioni e scoppi di rivolte con compimento di estreme atrocità; realizzazione di uno Stato di diritto democratico e società ancora basata sulle caste; milioni di persone che vivono per strada e massima cura nella conservazione di monumenti storici unici al mondo e massimo rispetto di ogni forma di vita animale.
Questo e molto di più è l'India raccontata da Rampini. Per questi motivi LA SPERANZA INDIANA è un libro da leggere.
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